martedì 13 settembre 2011

UN SALUTO-

Non riesco a lasciare commenti sul blog.Sono ancora latitante,in una vacanza lunga,molto lunga calda ma piacevole.Sono accompagnata da una "deliziosa" nuvoletta fantozziana,ora protettiva ora minacciosa.Rientrerò presto,spero,se la nuvoletta si dissiperà.Tutto bene comunque.Un salutoagli amici chehanno lasciato dei commenti.Un abbraccio per tutti e spero che si risistemianche la possibilità di entrare e lasciare i miei commenti dirisposta.

venerdì 5 agosto 2011

OGGETTI D'USO...IN DISUSO

Ci vediamo fra qualche settimana-Ciao



Ci fate caso a quanti oggetti,nati per darci una mano in casa,spesso anche belli esteticamente oltre che funzionali,restano ,nelle migliori delle ipotesi,in qualche angolo,accantonati, dimenticati,o come semplici oggetti "da vetrina",se non del tutto eliminati come inutili,sorpassati,antiquati?
Mi sono portata dietro molti oggetti che in casa,la mia casa da ragazza,sarebbero
stati eliminati.Altri ne ho raccolti,strada facendo,in casa di parenti,amici ,altri ancora acquistati perchè utili al momento,ma io faccio già parte se non proprio dell'antiquariato,quanto meno del ..modernariato.Si chiama così il periodo dagli anni venti in avanti?.

Molti di questi oggetti mi fanno una tenerezza infinita,per la loro semplicità,per la storia che si portano dietro,per l'ingenuità di chi li ha ideati.

Iniziando dai lavori delle nostre nonne:un astuccio che all'interno conteneva uncinetti dei vari numeri-semplice geniale,economico



Un vecchio ferro da stiro,molto usato dai sarti per averlo sempre pronto e a portata di mano.In casa si usava quello con la brace,che bisognava ravvivare continuamente.



I lumi a petrolio davano la luce necessaria,anche per poter lavorare di sera,ai ferri,o ricamare.Spesso c'erano anche le lucerne dalla luce più fioca e tremolante.
I vari lumini per candele,le bugie,già sono più recenti.



E qui alcuni oggetti da cucina-

Il bollitore in alluminio,valvola e griglie,per sterilizzare i biberon e le tettarelle-l'ho usato per i miei bambini,ora per gli asparagi..
la vaschetta per il ghiaccio-(quando ancora non c'era la plastica!)
un apriscatolette tradizionale,ne sono venuti di più moderni,spesso meno efficaci
fino alle apertutea strappo,con buona pace dei piccoli incidenti occasinali.



E ancora il vecchio battipanni.Questo,in verità l'ho usato poco anch'io,ma mi piace come oggetto.



E una serie di mortai-In legno,bromzo e marmo-per il pesto



E per finire il vecchio caro macinino da caffè e la familiare "napoletana"







Non poteva mancare la gloriosa Lettera 22,con valigetta e accessori vari
una mini cucitrice,ancora efficiente e la bilancina pesalettere,per chi lavorava in viaggio.

martedì 12 luglio 2011

Adesso vado al mare.

Chiudo bottega per qualche settimana:mi concedo una parca vacanza,tutta casa mare chiacchiere e...qualche sporadica abbuffata.
Prometto delle belle sorprese,al ritorno.Andrtò a caccia anche di racconti e cose varie per arricchire il blog.
Saluti cordialissimi ai passanti e qualche foto.

Siamo a San Biagio Platani_prov Agrigento.
Particolari degli "Archi di Pasqua"



ghirlande di foglie e fiori di pasta di pane,su supporti di canne e legno.



Mosaici ottenuti con semi e legumi,al naturale
-notare la varietà di colori.




Imponente struttura creata con i soliti materiali:canne,cannicciole bastoni in legno
Chiude un tratto del Corso, davanti alla chiesa.




colonne ...di pane



Una visione d'insieme di una parte del Corso

sabato 4 giugno 2011

STORIE E RICORDI DI VITA

Ricordare è un privileggio riservato a chi ,vivendo,non ha paura di guardare indietro
e trovare dei valori anche nelle piccole cose,nelle inefficienze,nella semplicità della vita di altre stagioni.E non è necessariamente legato all'età anagrafica.
Riporto con piacere quanto scrive un'amica di blog,dalla quale ovviamente sono stata autorizzata.

In via Villa Bianca

Da piccola abitavo in una casa molto vecchia, che sorgeva in una via lontana dal centro del paese e con un nome molto pomposo : via Villa Bianca . Ricordo che, dove si scrostava l’ intonaco, apparivano dei pezzetti di paglia nell’ impasto che univa i mattoni.
Essa era divisa in due proprio dalla scala che portava al primo piano . Ci abitavamo noi (cinque figli più genitori) e un’ altra famiglia (due figli più genitori). La stranezza è però che noi avevamo le stanze da letto sopra alla cucina dei vicini e loro le avevano sopra la nostra : penso che il motivo fosse sia perchè così noi potevamo usufruire di una piccola stanza in più , sia perchè in questo modo si divideva in modo più equo l’ esposizione al sole, già scarsa perchè la casa era orientata verso nord ( la parte a mezzogiorno apparteneva a un’ altra famiglia).
Al secondo piano c’ era la soffitta (che noi chiamavamo tassellmort), dove si accumulavano via via le cose che non si usavano più , dove si sistemava la legna per l’ inverno e dove io mi avventuravo qualche volta per gioco, ma sempre col batticuore. I pavimenti in mattoni erano molto consumati e i gradini delle scale erano stati incavati dal passaggio di chissà quanti piedi nel corso del tempo. Non c’ era acqua corrente , ma solo un pozzo artesiano in fondo al cortile.
I nostri vicini erano brave persone, ma non nuotavano nell’ oro , proprio come noi, e le difficoltà spesso facevano sorgere discussioni . Quando però c’era silenzio , mia madre, forse un po’ maliziosamente ironica commentava : – Certo staranno leggendo il giornale del partito !!- Una volta, per curiosità mi sono proprio avvicinata alla loro porta e, devo confessarlo, sono stata lì ad origliare per qualche minuto: era proprio vero !!! Una voce leggeva il giornale e gli altri stavano ad ascoltare in religioso silenzio….
Erano infatti i tempi ben descritti da Guareschi con i personaggi di don Camillo e di Peppone e i nostri vicini avevano sul camino,là dove mia madre teneva il crocifisso , le foto di Stalin e di Lenin. Questo però non comprometteva affatto i buoni rapporti di vicinato e si era sempre pronti a darsi una mano per portare a termine le operazioni più faticose, come sistemare in soffitta la provvista di legna per
l’inverno o fare il bucato grosso.
Ricordo che nelle sere d’inverno ci si riuniva dopo cena in filoss (conversazione) o per giocare a carte ; e in estate invece ci si sedeva fuori accanto al portone a sentire i racconti dei grandi e i commenti alle notizie della radio, mentre si combatteva strenuamente contro l’ assalto delle zanzare, in attesa che la notte portasse un po’ di frescura nelle stanze e si potesse così prender sonno.

Postato da :WWW.nonnaonline.it

venerdì 27 maggio 2011

IL PAESE DEL GRANO




Era il paese del grano,il mio-
Colline che in maggio erano verdi come la speranza dei contadini che attendevano fiduciosi.
Colline che diventavano d'oro in giugno,e a luglio brulicavano di uomini e donne,un formicaio umano che raccoglieva fino all'ultima spiga, perché ogni spiga rappresentava una possibilità in più di sopravvivenza.







Era il paese del lino,lunghi e fragili steli che ondeggiavano ad ogni brezza e si coloravano di tenero azzurro prima di dare semi abbondanti per la prossima stagione e preziose fibre che mani sapienti avrebbero trasformato in filati e tessuti di pregio. Altre mani vi avrebbero ricamato sopra trame di sogni e di colori aspettando l'amore ed una nuova famiglia.







Era il paese dei fichi. Il caldo sole mediterraneo li faceva maturare e non costava fatica farli essiccare su cannicci intrecciati con le ginestre.
Sarebbero serviti,e come,nei lunghi giorni di inverno, quando erano spesso companatico,frutta e trasformati in dolci,diventavano il lusso delle feste natalizie.

Era il paese del sole,sole che nelle interminabili giornate estive disidratava la terra gli alberi gli uomini,gli animali,mentre solo le cicale riuscivano ancora a resistere e cantare in un supremo tentativo di sopravvivenza.
Era il paese:la gente ci nasceva,viveva e spesso moriva senza mai spostarsi troppo.
Si accontentavano di poco,quando il niente era la normalità e il di più un lusso per qualcuno.

I giorni succedevano ai giorni e le stagioni segnavano il calendario dei lavori,delle nascite
del raccolto.
Nella bella stagione si poteva sentire qualche chitarra accordarsi ad un organetto per estemporanee serenate,complice la luna .
E la frescura della sera invitava a lasciarsi andare,si parlava,si raccontava.
D'inverno il fuoco e qualche bicchiere di vino creavano strane complicità fra le generazioni. I bambini pendevano dai “fatti”raccontati dai nonni, parte integrante della famiglia.

I “fatti”erano un sostituto delle favole,racconti non scritti di cose capitate a qualcun' altro in luoghi e tempi non definiti.
Erano sempre gli stessi e solo la bravura di chi raccontava riusciva a creare ogni volta nuovo interesse.
E si cresceva,in fretta,si frequentava la scuola,certo,ma la vita completava l'insegnamento pratico.
Non so e non voglio dare valutazioni,se era meglio o peggio. Non c'era scelta, nè modelli di riferimento.

Era la storia,in cammino.
Di questa storia,storia minima,forse insignificante,con la "esse "minuscola,io ne sono stata parte.

mercoledì 11 maggio 2011

ALTRA TESTIMONIANZA SUL LAVORO DELLE GELSOMINAIE

Completo il post sul lavoro delle gelsominaie,riportando una pagina del libro di
Ninì Martelli,"L'avventura di un uomo",prelevata dal blog di Nina-(www.paroleintrecciate.blogspot.com)con la sua autorizzazione,ovviamente.

Così racconta l'autore:
In quel periodo (primi anni '30, n.d.b.) fu dato inizio alla coltivazione del gelsomino per fare i profumi. Incaricato di tale impresa era il S. Cundari, nostro vicino di casa il quale, sapendo che mia madre aveva lavorato in tale coltura in Francia, dove eravamo stati emigrati per un paio di anni, le propose di fargli da assistente ed insegnare alle operaie i metodi di piantagione e potatura.

Iniziò così l’avventura dei gelsomini che poi si estese in parecchi comuni della provincia di Reggio, dando lavoro a migliaia di donne raccoglitrici.
Come il gelsomino cominciò a vendersi, venne impiantata la prima distilleria sperimentale, costruita in Francia.
Il gelsomino esiste dove c’è miseria e la manodopera costa pochissimo. Ricordo quelle povere donne scalze e malvestite che si portavano dietro i figlioletti. I più grandicelli raccoglievano come potevano i fiori per aiutare le madri, e i più piccini venivano avvolti in qualche vecchia coperta e coricati tra i filari.
Lavoro massacrante che aveva inizio al mattino alle quattro per finire verso le dieci. Molte ore poi bisognava attendere per la pesa, che veniva calcolata un po’ più bassa per via dell’umidità.
Come se non bastasse la fatica, il disagio veniva dalle malattie provocate da alcuni tipi di concime, in cui si annidavano parassiti che, attraverso i piedi scalzi, contaminavano le raccoglitrici. Nelle persone infettate si formava nello stomaco un ammasso di parassiti filamentosi e le vittime diventavano sempre più deboli ed esangui. Più di qualcuna morì.
In seguito fu trovato un rimedio e facevano ingoiare alle persone infettate delle capsule (contenenti etere?) che si aprivano nello stomaco e il farmaco uccideva i parassiti.

Il buono che mi ricordo è che dopo la raccolta dei fiori le donne rientrando a casa lasciavano una scia di profumo che nessun prodotto confezionato può pareggiare.

giovedì 14 aprile 2011

QUANDO IL LAVORO DELLE DONNE PROFUMAVA DI GELSOMINO




Se annotta
Se albeggia
Resta bianco
Il gelsomino (G:Seferis)











Costa dei gelsomini (o riviera dei gelsomini) era il nome con cui si idendificava
una zona costiera della provincia di Reggio Calabria,bagnata dal mare Jonio,lungo la quale cresceva questa pianta dai fiori bianchi, piccoli, delicati,
e profumatissimi.
La coltivazione del gelsomino per finalità industriali fu introdotta nel 1928 dalla Stazione Sperimentale per l'Industria delle Essenze e dei derivati dagli Agrumi
(pensiamo al Bergamotto,tipico della zona) con sede in Reggio Calabria.
Questa coltivazione era diffusa anche sulla sponta tirrenica della Sicilia,con centro Milazzo,dove esistevano parecchie distillerie per la lavorazione primaria del gelsomino e di altre essenze.Il prodotto semilavorato veniva inviato principalmente in Francia,per l'industria dei profumi.




fase di lavorazione dei fiori di gelsomino a Milazzo(foto dal web)


La raccolta dei fiori era affidata alle donne,servivano mani piccole e gesti delicati per staccare il prezioso fiore.Spesso venivano impiegate anche le bambine perchè le loro piccole mani meglio si adattavano a questo lavoro.
Era un lavoro pesante,iniziava alle prime luci dell'alba,il profumo era più intenzo e non si disperdeva,e terminava prima che il sole potesse rovinare i fiori.
Le donne usavano,per raccogliere i fiori, grembiuli con grande tasca che svuotavano in ceste di canna o vimini e portavano alla pesatura.
Spesso se c'erano dei bambini piccoli cui nessuno poteva badare a casa,le mamme se li portavano appresso e li facevano dormire nelle ceste,fra i solchi delle piante.
Molte donne curavano anche la potatura delle pianre e la preparazione delle talee
per nuovi impianti.





La potatura (foto dal web)


Quello delle gelsomiaie fu uno dei primi lavori " organizzati" che ha visto le donne protagoniste ,almeno in quella zona della Calabria,e Sicilia.
Lavoro duro,ma che dava la possibilità a molte delle lavoratrici,di contribuire al reddito della famiglia e fare anche il resto dei lavori in casa dal momento che non occupava tutta la giornata,anche se la giornata iniziava molto,ma molto presto.
Erano pagate pochissimo,25 lire al chilo di fiori raccolti,e ce ne volevano 10.000 fiori,per un kg.!
Anche le condizioni di lavoro erano discutibili,al limite dello sfruttamento.

Presto si organizzarono tramite i sindacati,per riuscire ad ottenere migliori condizioni e più adeguati salari.
Dal Web:"
«A un certo punto venne indetto un colossale sciopero. A scioperare per prime furono le raccoglitrici di gelsomino della piana di Milazzo. Durò ben nove giorni e a proclamarlo fu Tindaro La Rosa della Cgil, nell' agosto del 1946. Le gelsominaie si interessarono anche al destino di altre lavoratrici sfruttate, le loro gesta si diffusero per tutta l' isola, molte di loro conobbero la cella. Ma queste donne continuarono a difendersi e a difendere, consapevoli di essere parte e rappresentanza di una categoria, e lo sciopero proseguì, si estese a macchia d' olio e coinvolse le impiegate che si occupavano dei semenzai di Mazzarrà Sant' Andrea, le cavatrici di agrumi di Barcellona di Sicilia, le incartatrici di Capo d' Orlando, le salatrici di sarde di Sant' Agata, le portatrici di argilla di Santo Stefano di Camastra, le raccoglitrici di olive dei monti Nebrodi e delle Madonie. Superò perfino lo Stretto, tracciando un' inquietante mappa del lavoro nero femminile....."




Foto gentilmente concessa da di Nina-(www.paroleintrecciate.blogspot.com)



Se il lavoro è un Diritto,perchè ci rende liberti e padroni del nostro destino,
Se il lavoro è un Dovere perchè ci coinvolge nella crescita civile ed economica del nostro Paese
Il lavoro delle Donne,di ieri ma in parte anche di oggi,nonostante sia indispensabile anche alla società ,sembra essere un lusso da gestire,spesso in solitudine,facendo lo slalom fra i "doveri" di madre,di moglie, di compagna.
Per i nostri partners uomini le cose sono un tantino più facili,ammettiamolo.