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sabato 1 maggio 2021

PRIMO MAGGIO 2021

 



E' ancora il Primo Maggio!

Un giorno di festa?di vacanza?Certo, il Primo maggio è anche questo.Per me ,da sempre,un giorno da celebrare,e con gli anni che passano,un giorno in cui faccio i conti con la storia mia e della mia famiglia,attraverso i ricordi.Era il giorno dei comizi nella Piazza del paese.Perchè allora per comunicare serviva saper parlare,avere una voce chiara,delle idee chiare,e comportamenti altrettanto chiari e coerenti con le proprie idee.Non si poteva barare,allora;se da un palco dicevi delle cose,non potevi farne altre,nella vita pubblica e privata.Primo Maggio è mio padre che preparava,organizzava, invitava, scriveva,perchè l'apertura dei comizi di solito era sua.Assieme,sempre, anche il fratello Domenico e il compagno Peppino,sempre pronto e disponibile,che si trattasse di risolvere qualche improvviso problema,sopperire a qualsiasi necessità o interpretare una parte nelle belle scenette a tema che chiudevano la giornata di festa.

Primo Maggio era la festosa scarpinata che facevamo,tutti con i vestiti della festa ,da San Pasquale,una popolosa frazione abitata principalmente da contadini, fino al paese.Partivamo in pochi ma lungo la strada si creava un festoso corteo ognuno con la propria bandiera,rossa,il proprio fazzoletto,rosso, e l'immancabile garofano,ovviamente rosso.












Qualcuno strimpellava note traballanti su una chitarra,altri suonavano l'organetto,e c'era chi,anche se camminare stancava,aveva voglia di intonate i canti di lavoro e la immancabile Bandiera Rossa .
Quando si arrivava all'inizio del paese,Bova Marina-RC-tutti cercavamo di toglierci un po' di polvere dalle scarle e dai vestiti,si aggiustavano i fazzoletti,il cappello di paglia,ci ricomponevamo in un corteo ordinato, con le bandiere bene in vista,mentre la banda del paese,sempre presente per l'occasione,ci accoglieva con l'immancabile:AVANTI POPOLO..
Un sogno,ma so che è solo un sogno:perdermi per una volta ancora in un mare di bandiere,fra tanti, donne ed uomini che le sorreggono,con orgoglio,cammindo insieme.








 e altri 7


mercoledì 29 aprile 2015

RICORDI DI UN GIORNO DI APRILE

LA TELEFONATA

Una telefonata salva la vita...
Qualche volta sorprende,altre porta sconforto,gioia,scompiglio.
Con i cellulari tutto è diverso,anche la telefonata ha perso certe peculiarità,restiamo attaccati continuamente a questo marchingegno,qualche volta davvero infernale,ed anche le telefonate di spessore,come dire,perdono di intensità.

Ricordo,anni fa,la telefonata di una amica ed ex collega di ufficio. Mi faceva gli auguri di buon onomastico.
Non ho mai festeggiato l'onomastico,non sapevo se accreditarmi presso Santa Caterina da Siena,da Alessandria o altro.
Per questo la telefonata mi ha colto di sorpresa,ma è stato un modo per riprendere una amicizia sospesa per qualche tempo.
Un'altra telefonata,non proprio ieri,ma cinquanta anni fa,come oggi.
”Ti vorrei salutare,passo a prenderti in ufficio”.
Ho accettato,più per curiosità:cosa ci sarà mai ancora,dopo tanto tempo?ma non dovevamo non vederci più,come dice la canzone?
Avevamo deciso di chiudere con le schermaglie,senza rancori,da buoni amici,come lo eravamo stati dai tempi della scuola.
Grande fascio di fiori,auguri,carinerie,chiacchiere a go go,ed io dovevo tornare a casa,e continuavo a chiedermi che senso avesse tutto questo.

Continuammo a chiacchierare a ruota libera,mi accompagnò a casa,ovviamente,e nel salutarmi mi disse:”Fra qualche giorno mi sposo”.
Una telefonata allunga la vita..
Quella telefonata mi aveva sorpresa,ma il seguito e la conclusione ancora di più.
Ed io cosa c'entravo?
Un messaggio in bottiglia?Avrei potuto raccoglierlo ed interpretarlo,ma ho avuto altro da fare.

Ho pensato, nel tempo, di farla anch'io una telefonata,un saluto fra “vecchi amici”
Certo sarebbe stato più facile,un messaggio al telefonino,ma allora non c'erano i cellulari.
Perchè mi è tornato in mente oggi?
Nessuno mi ha fatto gli auguri,ed è Santa Caterina,da Siena.
La mia amica non c'è più,da qualche anno.

(le foto sono prese dal Web)


sabato 27 dicembre 2014

NATALE,NOCCIOLE E TANTO ALTRO

Questo blog sta diventando un rifugio quasi segreto,per i momenti di nostalgia.E questo è il periodo più adatto..
Lontana dallo scintillio di alberi,addobbi cittadini e casalinghi,vado con la mente a ciò che era il Natale della mia infanzia..
Sono vissuta in una piccola frazione del mio paese fino all'età di otto anni.
Vita grama,anche per i tempi-dopoguerra-ma avevamo comunque l'indispensabile,e forse un po di più.
Natale iniziava con la festa dell'Immacolata.Il primo periodo era riservato alla preparazione degli ingredienti per i dolci tipici:i petrali.

Si tagliuzzavano i fichi secchi, a pezzettini il più possibile minuti.Aiutavamo tutti,attorno al fuoco.
Dopo i fichi,toccava alle mandorle: schiacciarle,mondarle dalla pellicina marrone,tostarle e tagliarle a pezzetti.Per ultimo le noci,stesso lavoro.Intanto ci si avvicinava alla festa e tutto doveva essere pronto.Si amalgamavano gli ingredienti,uniti a miele, uva passa, vino cotto, e si faceva andare questo impasto sul fuoco,fino a quando la consistenza morbida ed il profumo di cotto invadevano la cucina.Si riversava il tutto dentro capienti terrine e si copriva.
Poi si lavorava la pasta esterna,farina,uova zucchero,vermut,strutto,vaniglia e lievito.
La mamma con mani sapienti tirava una sfoglia sottile,ricavava tanti dischetti che riempivamo con l'impasto preparato prima.Per finire ci ricamavamo sopra dei fiorellini o ghirigori con sottili fili della stessa pasta ed ora i dolci erano pronti per il forno.
Non vedevamo l'ora di assaggiarli,ma solo un piccolo assaggio,prima della festa!
Per la vigilia un gran da fare,fin dal mattino presto.A pranzo zuppa di ceci al prezzemolo.ma intanto si faceva lievitare la pasta per le zeppole,squisite e croccanti,con pezzetti di acciughe dissalate,che esaltavano il sapore,ed invitavano a bere qualche bicchiere in più.
Mamma preparava anche dei ravioli con purea di patate dolci , miele e cacao,quando c'era.Li preparava anche con la purea di ceci,aromatizzata con chiodi di garofano e cannella. Piacevano a mio padre.
C'erano poi le Nacatule: con pasta più dura si creavano dei cordoncini che venivano avvolti,con movimenti rapidi attorno ad un bastoncino o canna sottile:Sfilati dal loro supporto e fritti avevano la forma di una culla,la 'naca',e ricordavano la natività.

Il cenone era a base di stoccafisso o baccalà cotto in umido,assieme al cavolfiore bianco come condimento per gli spaghetti.

A parte si preparava anche il pesce fritto.Melograni,qualche grappolo d'uva conservata,fichi d'india 'natalini',frutta secca, zeppole e petrali chiudevano la cena.
Non facevamo il presepe e neanche l'albero.
Per il giorno di Natale eravamo tutti a casa dei nonni.Una famiglia numerosa:otto figli ,due soli sposati,anche loro con una nutrita nidiata di figli.E noi bambini avevamo un gran da fare per lasciare le letterine sotto i piatti,di nascosto.Ed era festa grande,perché arrivavano regali,dolci e coccole.
La nonna,molto religiosa preparava a suo modo,il presepe,con le immaginette e qualche lumino.
Il capodanno non era importante per noi,aspettavamo solo la befana,con l'immancabile carbone,dolce, e qualche leccornia,spesso un po di frutta secca,qualche mandarino.
Il primo presepe,una volta arrivata in paese,ma per me era una città,l'ho preparato fabbricandomi i pastori con la creta.Obbligavo i miei fratelli ad impastare la creta,io creavo,e ...mamma doveva pulire.poi in giro per il muschio,il cielo era di carta da zucchero,quella blu usata anche per avvolgere la pasta sfusa,le montagne con carta dei sacchi di cemento ed un po di sabbia per mimetizzare i torrenti.
A pensarci adesso,viene quasi da sorridere,ma allora era una cosa seria e facevamo tutto con grande impegno.



martedì 5 agosto 2014

LA VITA,COME LE AUTO,CORRE,RALLENTA,SI FERMA,RIPARTE..



Arrivano con i loro SUV, pesanti,scuri,posteggiano con manovre da manuale,anche in spazi ridottissimi,scendono frettolose ,sulle lunghe gambe da cerbiatte,con trampoli da 12 e più. Sanno dove andare,sanno sempre quello che vogliono e lo si intuisce da come fendono l'aria,testa alta sguardo attento ,passi decisi...
Mi sento una piccola donna, vorrei quasi scomparire,per dare spazio al loro passaggio.
Eppure...
Ho cinquant'anni di guida alle spalle,mai un incidente,se non qualche graffio dispettoso.
Ho attraversato l'Italia da nord a sud,e viceversa,decine di volte,alternandomi alla guida,con il sole,la pioggia,la neve,il vento,la nebbia,da quando l'autostrada SA-RC non c'era ancora. Non che adesso sia completa e tutta percorribile..
In tanti anni ho collezionato auto di tutti i tipi e marche diverse.
La prima, una giardinetta Ardea,portiere in legno:forse neanche al museo ne è rimasta traccia.
In un memorabile viaggio da Milano al lago di Iseo,per una festa di vendemmia,ci siamo stipati in otto,ma aveva il tettuccio apribile,forse qualcuno era... appoggiato al di fuori.
Seguì una Renault quatttro spartanissima,cambio al volante,poi una fiat seicento,riconoscibilissima in zona perchè aveva le portiere di colore diverso,così come le si erano potute recuperare,non si andava per il sottile..
Anche una 750,odiatissima,proprio non mi andava.
E poi una Simca 1000,una Simca 1200 coupè, già eravamo nel lusso!!ma io l'ho guidata poco,in verità.
Col primo figlio,una macchina comoda e consistente- Chrysler1800. Durò a lungo,nonostante tre grossi incidenti .Tantissime volte ci ha portati,ormai in quattro,in giro per l'Italia,dalle Alpi alle Piramidi... o appena un poco più su.
Intanto avevo,per mio uso esclusivo la 500 Fiat, un bel giallo- zucca matura.Un desiderio realizzato!
Quanti anni in sua compagnia,gli anni più belli ed attivi:scarrozzavo i figli al nido all'asilo ,al parco,a scuola,dalle elementari alle superiori,quando c'era da accompagnarli,per evitare che reclamassero il motorino...
I primi anni sembrava più una nursery che un'auto:sediolino, non ancora d'obbligo,ma utile,baby pulman,passeggino chiudibile,scorta di pannolini,creme,detergenti,vasini ,perché volevano solo il loro,ovunque ci trovassimo. E per i viaggi con pernottamento,lettino e girello da campeggio,sul portapacchi,assieme ad altri bagagli. Provate ad immaginare.....
Ovviamente tutto questo quando il grande capo era impegnato con il lavoro e mi dovevo spostare da sola.
Quando i figli erano più grandicelli,ho iniziato una mia nuova attività:cartoleria e libreria quasi esclusivamente scolastica.
Ed ho usato ancora la gloriosa 500.Ci trasportavo i libri ,nel periodo scolastico. Mi dividevo fra la libreria ed i viaggi dai i distributori,anche due volte al giorno,ma le mie giornate,allora erano molto più lunghe delle normali di sole 24 ore!!!
Crescevano intanto altri autisti in casa,ed erano aumentati il numero e la varietà delle auto.
Altri tempi- Renault 14, Citroen, Renault 5, la Rover 2014,e poi una seat IBIZA omologata per trasporto cose.Si spostavano di più i figli. Io continuavo ad usare la 500,che spesso accusava gli anni e mi lasciava per strada,reclamando attenzione...
Dopo l'ennesimo rifiuto a portarmi a casa,con il suo carico di merce,mio marito venne a prelevarmi,con un amico che già faceva la corte alla macchinina.
Tornò a casa e mi diede un assegno,aveva formalmente venduto l'auto,la mia auto. Ho pianto,ma mi sono fatta una ragione.
E venne il tempo della Panda,la prima versione,essenziale e funzionale.
E anche questa iniziò i viaggi alla guida di un altro figlio, migrante.
Viaggiò e viaggiò,fino ai 300 mila km.
Lo scorso anno l'ho regalata,funziona ancora , un motore in piena efficienza, e mi fa piacere vederla,ogni tanto,per strada.

Non è solo una storia di macchine,quella che sto raccontando,c'è vita dietro ognuna di esse.
Quando il maggiore dei figli andò a lavorare fuori si è portato dietro la seat Ibiza, già un po acciaccata,ma ancora valida. L'ha fatta camminare parecchio,il lavoro lo portava un po in tutta Italia e lei rispondeva,alla grande.
Il motore resse,si consumò,letteralmente,la carrozzeria.
Così fece un ultimo viaggio di ritorno a casa,mentre iniziava i suoi viaggi pendolari la Rover.
Si fermò per qualche tempo a Bologna,in uno dei tanti ritorni ha fuso il motore,ne ebbe uno nuovo,ma un altro guasto la bloccò definitivamente...o quasi.
Con questa menomazione è stata regalata al meccanico concessionario che la rimise a nuovo e la fece camminare ancora:qualche volta mi ha incrociata per strada,ma ha fatto finta di non riconoscermi...
Alla Seat subentrò una Daewu. Non mi piaceva,esteticamente brutta,ma ha fatto comunque il suo dovere,sostituita,più per antipatia che per vecchiaia, da un'altra Seat..
E' la mia compagna ancora adesso,regge bene,meglio di me,nonostante gli anni..
Forse dovrò cambiarla,prima o poi....
Non sarà mai un SUV,non mi reputo all'altezza,neanche con i tacchi.

domenica 13 ottobre 2013

SOLO IL TEMPO E' TESTIMONE....

Qualche anno fa sono voluta tornare a visitare il paesino dove vivevano i miei nonni.
Loro sono venuti via,provvisoriamente,pensavano,a seguito di una delle tante alluvioni che negli anni cinquanta hanno devastato la nostra regione.
Invece gli anni passarono,il nonno è morto e la nonna rimase con le figlie.Non so se mai qualcuno fosse tornato ad aprire quella casa,la loro,dove ancora erano rimaste testimonianze di vita quotidiana,ricordi,una vita sospesa dagli eventi ed interrotta definitivamente dall'incombere degli anni.
Io stessa ci sono potuta e voluta tornare dopo oltre trent'anni. Un tuffo nel passato,ma anche nel vuoto di testimonianze e memorie.Il paese quasi deserto,qualcuno che era rimasto o ritornato,aveva costruito altrove più comode dimore.
Le vecchie case creavano un paesaggio desolato,stradine sconnesse,qualche abitazione crollata.


La vecchia chiesa e, dietro, case diroccate con finestre che guardano il nulla


Un balconcino in ferro al quale mai nessuno si affaccerà


vecchi muri,ultimo segno di qualcosa che c'era e non c'è più

Anche quella che ricordavo per le tante estati trascorse sui due terrazzini,dove cenavamo nelle sere d'estate o ci fermavamo a chiacchierare con la gente che tornando dai campi si fermava a raccogliere l'acqua all'unica fontana del paese,anche quella casa dei miei sogni era oramai un rudere,in parte crollata:restava il terrazzino di fronte alla fontana,e l'ingresso del "basso" .


Il basso,o "catojo,nel dialetto del posto:Qui c'erano le botti le giare dell'olio,una stanza per l'allevamento del baco da seta e all'ingresso il forno a legna.

La fontana aveva resistito,solida ed elegante, continuava a versare acqua che nessuno più raccoglieva.
Ora era il solo rumore,dolcissimo,lieve,carezzevole,amico,che si sentiva nei dintorni,
anche se il tempo,o forse la mia diversa percezione della realtà, ne aveva ridimensionato la bellezza.


Dove era finita la gente?Le bellissime donne,austere ,grosse trecce a coronare ovali perfetti,ed incarnato da Madonne?Dove le nonne,sedute davanti alle case,sempre disponibile a chiacchierare,raccontare,mentre le mani sapienti rammendavano cucivano filavano,lavoravano a maglia?
Dove i nonni che verso sera,dopo cena,si raccoglievano sul muretto della piazza,davanti alla Chiesa,per raccontarsi i fatti del giorno,qualche piccola avventura,qualche fantastica storia di caccia, piccole vanterie sulla quantità di funghi trovati,sulla qualità e la bontà dei loro ortaggi?
Solo il tempo lo sa,lo racconta attraverso quello che rimane,ma non tutti sappiamo leggere:
serve la memoria che ripercorra i passi ,
serve l'amore che ricomponga i volti,
servono gli affetti che ricostruiscano le vite delle persone un tempo conosciute.


Poche case assolate
un cane prende il fresco
all'ombra di un muretto.




piante dimenticate
su balconi sconnessi
prive d'acqua e di cure.

Porte chiuse,bruciate
dal sole e dalla polvere
violentate dal tempo.




Finestre con tendine fatiscenti
né un viso né un sorriso
che le renda gentili
con movimenti trepidi di mani
celandovi sorrisi
e nascondendo visi
che arrossivano ,timidi e intriganti.




quattro calci a un pallone
la voce di una mamma
che chiamava per cena


Quella almeno era vita
Dove sono ora i bimbi?
dove sono le nonne?

Strade deserte,mute
niente voci,bisbigli
sembra morto il paese

ma la fontana c'è,quella resiste!





Le foto accanto ai versi sono state prese dalla rete le altre sono mie.

sabato 15 giugno 2013

CASE SENZA VOCI

Bisognerebbe provare....

Avete mai provato a dover entrare in casa d'altri in assenza degli inquilini,con vincolo di parentela ed in modo del tutto legale,ovviamente,e non sentirvi lo stsso un po ladri,un po intrusi,un po ficcanaso?
Diciamo la verità,una volta dentro, la curiosità arriva,in particolare se si tratta di una abitazione,conosciutissima e frequentatissima,per anni,ma solo,come farmi capire,solo in superficie:la superficie,ossia le ante esterne dei mobili,tutti,dagli armadi,ingombranti e molti,quasi soffocanti per la loro incombente presenza,ai mobili della sala,credenze,angoliere,cassettoni vari,cassapanche,alla cucina,forse quella un po meno ostica,per necessità obbiettive.
E poi, uno studio,incombente nella sua severità, con librerie chiuse,scrivania monumentale,con cassetti chiusi.
I libri,che per me sono parte integrante della vita quotidiana,e guai a non guardarli ogni volta che ci passo vicina,a spostarli,a sfogliarli,spinta da urgenze e curiosità improvvise,come fare a immaginarli oltre quelle ante chiuse,belle certo,con il loro velluto rosso dietro le artistiche griglie in ferro...
La curiosità ti prende,dicevo e giocoforza,espletate le funzioni che fin qui ti ci hanno portata,recuperare effetti personali ,qualche documento per dare avvio ad un necessario riordino,
vai a curiosare anche nei posti più segreti e inviolati,almeno da te,fino a qualche giorno prima.
E così ti passa davanti,come in un film bianco e nero,un po incerto e sbiadito,una intera vita,anzi tante vite,quasi tutte concluse,con un'unica eccezione,unica testimone,ormai impotente ed incapace a gestire la grande massa di ricordi,di giorni, di vite consumate nell'attesa di qualcosa che oramai si è compiuta,non importa come,non importa con quanti sogni frantumati,con quante speranze deluse,con quanti spasmi a stringere il cuore in una morsa,per ogni tramonto che supponeva già le ombre inquietanti della sera e della notte,la paura di voci note fra quelle mura che più nulla potevano udire, perchè non si parla con i fantasmi,si può solo urlare,ma anche l'urlo sarà muto ,non uscirà mai dalle corde vocali,paralizzate dall'inedia e dalla inutilità di ascoltarsi .



Io,che ho provato,voglio riempire i miei giorni a venire di suoni,i miei occhio di sorrisi,la mia casa di sole.
Voglio parlare ascoltare piangere ridere cantare urlare cadere rialzarmi chiedere l'aiuto di una mano amica,
dare un consiglio se richiesto,camminare con gli altri per sostenere e farmi sostenere.
Voglio svuotare la mente e gli spazi reali del superfluo e riempire ogni angolo disponibile di immagini ricordi programmi poesia sogni tutto da condividere.
Voglio la vita reale.

sabato 21 luglio 2012

COTONE "PELLICANO" N° 16

Seduta su una comoda poltrona,più imponente delle altre,pregava e lavorava:uncinetto,punti sempre nuovi e sempre uguali,filo stessa marca e quasi stesso numero.
E il lavoro cresceva ,fino a che la luce del giorno le permetteva di lavorare. Non lavorava più alla fioca luce del lume a petrolio o accanto ad una lampadina elettrica,sempre troppo bassa rispetto alle necessità, perchè bisognava fare economia....
Non era stato sempre così:al matrimonio ,a soli 17 anni,seguirono gli anni della procreazione,13 figli,uno dietro l'altro,-solo- nove rimasti in vita,cinque maschi e quattro femmine.
Badava alla casa ed ai figli con l'aiuto della mamma,mentre il marito faceva poco e spesso partiva per terre lontane,forse in cerca di tranquillità,forse per dare tregua alle nascite.
Badava anche ad un po di terra,vari poderi sparsi che assicuravano olio frutta vino e affittati come pascoli,formaggio,ricotta e altre piccole entrate.
Il marito,con la fissa dell'idraulica,spendeva in pompe idrauliche tubazioni,muratori ,quel poco che la moglie racimolava,ed erano battibecchi continui a seguito anche di sperimentazioni che si concludevano con veri e propri fallimenti.

Dei figli,in verità,da giovane se ne occupava poco:vita da caserma con regole drastiche e orari svizzeri,niente uscite,niente amicizie,per i ragazzi libro e..moschetto,erano i tempi,le ragazze libro e ago,alternati nel corso del giorno.
Lei, spesso occupata e preoccupata per l'andamento economico della casa,trovava tuttavia il tempo per un consiglio a chiunque glielo chiedesse od una lettera da scrivere spesso ai vari consolati per sollecitare l'interesse degli uomini emigrati, verso la famiglia di origine,rimasta ad aspettare qualche soldo per la sopravvivenza.
Quasi sempre i risultati arrivavano,erano rimesse in valuta straniera e qualche volta anche il rimpatrio di mariti e padri dalla memoria labile e dalla voglia di lavorare pari a zero.
La ritenevano una donna saggia,ma con i figli qualcosa non ha funzionato:è mancata una vicinanza affettiva,un consiglio giusto a momento giusto,una spinta a farli uscire dal piccolo mondo nel quale vivevano serenamente isolati. I maschi hanno trovato la strada,non sempre facile della “fuga” volontaria,un altrove che sapesse di libertà e scelte anche sbagliate ma libere e personali.
Per le donne un crogiolarsi nella comodità di una famiglia che pensava a tutto,almeno alle necessità materiali e il rifugio nello studio,nell'insegnamento e ancora nell'isolamento un po snob ed altezzoso.
Per lei,mamma Mariagrazia, la vita continuava,placida come certi fiumi che all'apparenza sembrano immobili,ma dentro hanno tumulti,sommovimenti, onde anomale.
Non c'era certo bisogno di preparare corredi,c'erano tanti lavori finiti,coperte matrimoniali, singole, frange, centri, tappeti....Aveva già tanti nipoti,ma mai il piacere di un dono,fatto dalle sue mani per qualcuno di loro,in suo ricordo. Il lavoro,quel lavoro era un mantra,una preghiera,una espiazione,non saprei,ma era un mezzo,era fine a se stesso.
Quando il più giovane dei figli tornava per qualche giorno in famiglia,una visita agli anziani genitori e sorelle,e chiedeva alla madre se avesse bisogno o piacere per qualcosa di particolare,la risposta era sempre la stessa,-non ho bisogno di niente,solo se puoi un po di cotone per l'uncinetto. Ricordati,se lo trovi,è ”pellicano n° 16”
Da tempo quella poltrona è vuota,la casa trasformata,rinnovata,quasi vuota anch'essa,ma ancora piena di ricordi, oggetti,foto ,fantasmi.....
Mi era stato chiesto di mettere un po di ordine,tempo fa,l'ho fatto con cura e amore,sfiorando ricami fatti con fili di sogni svaniti,fragili nella loro delicata inconsistenza di materia, ammirando ed apprezzando lavori senza tempo, preziosi,lavori dalla destinazione ormai incerta,che mai nessuno della famiglia avrebbe forse più rivisto ,toccato accarezzato,come si possono accarezzare le cose belle nel ricordo di chi le ha realizzate,nella malinconia di chi non le ha neanche usate.
Solo qualche foto ,che posto a testimoniare cose minime,ma ricche di intrinseco significato.
quante volte il filo percorre la stessa strada,avanti e indietro,un punto dopo l'altro,quanti i gomitoli di 'pellicano 16' prima che il lavoro prenda forma


e poi vederlo finito,e ancora rifinito con ricche balze dalla leggerezza di vecchi merletti.


perdere gli occhi per non sbagliare un solo punto che pregiudichi il risultato finale,nella monotona ripetitività del motivo

e vedere i particolari perfetti della propria creatività


E la grazia antica di questi ricami che avrebbero dovuto allietare nuove case di giovani spose


motivo di orgoglio ed esempio di laboriosità e pazienza di un tempo quando non c'era ancora la televisione, forse neanche la luce elettrica,e tante altre cose..




mercoledì 13 giugno 2012

RITRATTI

Il post è già stato pubblicato sull'altro mio blog-Acquadifuoco.blogspot.com
Lo riedito anche quì ,come raccolta di memorie

RITRATTI
Antonio tornava da uno dei tanti avventurosi viaggi nei paesini limitrofi in cerca di qualcosa.Qualsiasi cosa potesse essere mangiata venduta barattata in cambio di altro
Eravamo in pieno periodo di guerra:tempi duri e mancava proprio tutto,a tutti.
Con l'amico e “discepolo” Peppe e due asini,era andato fino a Roghudi.




(dopo l'alluvione del 1952 il paese è stato evaquato e trasferito altrove)

Partendo da casa aveva caricato gli asini di legumi-fagioli,lenticchie,fave,patate gli ultimi ortaggi,ed anche del pesce salato,sarde e sardine,principalmente,da barattare o vendere.
E in paese aveva trovato un po di grano,castagne,del formaggio e altri prodotti che la terra e il lavoro costante degli uomini del paese procuravano e con il prezioso carico,tornavano verso casa.
Strade impraticabili,delle strette mulattiere spesso a ridosso di strapiombi ed a valle l'Amendolea,quasi un fiume,navigabile per circa tre Km,al tempo dei romani.
Camminava silenzioso,Antonio,creando qualche problema al suo compagno di viaggio,molto più giovane e non incline alla meditazione.
Giunti finalmente sul ponte che sovrastava il torrente,si è fermato, per guardare parte della strada appena percorsa e qualche gruppo di case,testimonianza del paese che avevano lasciato.
“Cosa guardi,'Ntoni,che c'è?”
“Niente,ma finamente mi è venuta! Ascolta”
Peppe aspetta ,in silenzio e Antonio finalmente inizia a parlare.
Camminando aveva cercato e limato dei versi per una poesia.

“Vinni meravigghiatu di Roghudi
non sacciu comu campanu ddi mari
i casi fatti supra a nu rrumbuli
e ntornu ntornu ndannu ddu jhumari.
L'omini parinu testi di muntuni
i fimmini sembranu crapi campanari.
E vannu a lu mulinu,schieri schieri,
partinu strippi e tornanu lattari.”

Antonio non era un poeta,ma se la cavava molto bene con le parole,anche troppo,dicevano i suoi avversari politici,perchè i suoi discorsi,i suoi ragionamenti coinvolgevano,convincevano e difficilmente si faceva trovare impreparato.Lo chiamavano il filosofo della politica,ma di questo racconterò un'altra volta,forse.


(I versi sono in dialetto calabrese,quasi arcaico,e tenterò di dare una probabile traduzione:
“Sono meravigliato del paese di Roghudi
non so come vivono quei poveretti
le case costruite su un cucuzzolo
(il paese)è circondato alla base da due torrenti
gli uomini assomigliano a caproni
le donne somigliano a capre rumorose
(le donne)vanno al mulino,a gruppi
partono infeconde e tornano col latte.”

-Come dire che chi va al mulino si infarina.

(gli accostamenti di uomini e donne ad animali domestici forse era dovuto anche al modo di vivere in certi ambienti e in situazioni di promisquità,di misera di ignoranza)
Pubblicato da chicchina a 08:09
Etichette: paesi, uomini

mercoledì 16 maggio 2012

ALBERI DELLA MEMORIA-MEMORIA DEGLI ALBERI

Mi chiedo spesso se gli alberi conservino memoria dei fatti .Io credo di si.
Affidiamo agli alberi,per la loro lunga vita,ma anche per ciò che rappresentano in natura, i nostri ricordi la nostra memoria.
Loro nascono e se curati con amore crescono,mettono rami ,ne perdono,rinascono ad ogni stagione,continuano a dare fiori frutti bellezza.
E quando non ci sono più ,ancora se ne prolunga la memoria,almeno per quelli che hanno la fortuna di trovare un cantore un poeta un pittore un fotografo un narratore.
Penso ad uno dei tanti alberi che ho visto crescere,l'albero di ulivo, già alto da quando ne ho memoria.
E' ancora lì e ne ha viste di cose....
Ha visto crescere ed invecchiare sotto i suoi rami i miei nonni,che
forse lo avevano già trovato accanto alla loro casa.
Ha visto crescere ed invecchiare i loro figli i loro nipoti e pronipoti,siamo alla quinta generazione.

Penso all'Orto del Getsemani,dove Gesù,secondo il Vangelo,si ritirò a pregare , meditare, chiedere conforto al Padre,prima della crocefissione.
foto dal web

Penso all'ulivo che costituiva parte dell'arredo della casa di Ulisse,come ci viene raccontato da Omero.
"Suvvia,Euriclea,apprestagli il solido letto
fuori dal talamo,già da lui costruito;
portate qui fuori il solido,e gettatevi
sopra coperte e pelli e guanciali lucenti"
"Donna,hai detto parole davvero offensive.
Chi potrebbe altrove portare quel letto?
.......................................
..................... un grande segreto
è in quel letto,soltanto da me costruito.
Dentro il recinto un olivo sorgeva di fronde
fitte,fiorente:sembrava il suo tronco
una grossa colonna:intorno ad esso il talamo feci
con pietre connesse,e lo coprii di buon tetto,
porte ben salde vi posi con forti battenti.".

E il Pino,il pino del Caos accanto alla tomba di Pirandello. Ora non c'è più,ma restano racconti schizzi,fotografie,memoria documentale.

foto dal web

E il pino immortalato da milioni di scatti,sulla collina di Napoli?,non c'è più ma ne rimane memoria


Vicino casa posso ammirare lo splendido "castagno dei cento cavalli"che vive fra realtà e mito,ma vive ed attraversa secoli di storia.
..Il Castagno dei Cento Cavalli è il più vecchio albero d'Europa con i suoi oltre duemila anni di vita, per la grandezza il primo al mondo come elencato nel famoso libro "il Guinnes dei primati".


ancora altero e frondoso..



da un dipinto di J.Houel-museo Hermitage-S.Pietroburgo

E il melograno del Carducci? Quanti di noi non hanno recitato qualche verso della poesia che lo consacra alla memoria?



Sono stata a vedere il pino dove si dice abbia riposato Garibaldi,attraversando,ferito,la Sila.



Per tornare quasi alla contemporaneità,l'albero di Falcone,a Palermo,memoria viva di fatti tragici e di sentimenti di ribellione di rivalsa di un popolo ancora in bilico fra due mondi,quello della legalità e della giustizia e quello del malaffare della illegalità della politica grigia e collusa.


Penso al carrubo,esempio di forza e scarse pretese,pronto a regalare frutti abbondanti e la frescura delle sue fronde senpreverdi,proprio in zone particolarmente aride.

sulla strada per Ispica -RG-


Alberi con addossi i segni del tempo e i capricci del caso

alberi-non- alberi,come raffinate sculture


Alberi dalle forme strane,contorte,misteriose.

Il post resta aperto ad altri eventuali contributi da parte di chiunque voglia partecipare.Grazie

lunedì 12 luglio 2010

QUANDO IL BUCATO SAPEVA DI NEPETELLA

Ho vissuto altre stagioni,meno facili,meno belle?non so,non faccio ancora bilanci.
Di certo meno complicate.
Non c'erano le lavatrici,non c'erano detersivi,smacchiatori candeggianti,ma il bucato che io ricordo era comunque candido,sapeva di sole e di nepetella.
In casa di mia nonna c'erano otto figli,sette fratelli ed una sorella.
Il bucato era compito della sorella,mia zia. E con una famiglia di dieci persone non era cosa da poco. Io le giravo sempre intorno,curiosa ,con la scusa di rendermi utile in qualche modo.
I panni si lavavano in una roggia di acqua corrente che serviva pure per irrigare i giardini .
Si insaponavano, sapone fatto in casa, per un primo lavaggio.
Si reinsaponavano e si raccoglievano in mastelli di legno ,prima di preparare il bucato vero:




Si appoggiava un grande cesto di canna, intrecciata assieme a verghe di ulivo,su un supporto di mattoni o pietre, perchè non fosse a contatto con la terra.
All'interno si distribuivano i panni insaponati,a strati e in buon ordine.
Per ultimo si stendeva un panno dalla trama sottile e si richiudevano i bordi:come per una gigantesca crostata!
A parte si faceva bollire abbondante acqua dove si scioglieva della cenere .Allora il pane si faceva in casa e la legna usata per il forno dava carbonella e cenere,niente andava sprecato!
Intanto si raccoglievano in giro dei rami di nepetella che venivano appoggiati sopra il telo di copertura.



-------cliccare per ingrandire---

Portata l'acqua con la cenere a ebollizione, in piccole dosi si versava sulla biancheria ,si andava avanti fino a d esaurimento del liquido,che intanto incominciava a filtrare attraversando i panni.
Si lasciava riposare il bucato fino al giorno dopo quando veniva risciacquato e steso al sole.
Rivivo ancora la sensazione delle lenzuola, le tovaglie candide ,stirate e pronte per gli armadi,e il profumo fresco ed intenso della nepetella che assieme all'acqua aveva attraversato le trame del tessuto,depositandosi fra le fibre di lino e di cotone.