CALABRIA

CALABRIA
IMMAGINI DALLA SILA

venerdì 27 maggio 2011

IL PAESE DEL GRANO




Era il paese del grano,il mio-
Colline che in maggio erano verdi come la speranza dei contadini che attendevano fiduciosi.
Colline che diventavano d'oro in giugno,e a luglio brulicavano di uomini e donne,un formicaio umano che raccoglieva fino all'ultima spiga, perché ogni spiga rappresentava una possibilità in più di sopravvivenza.







Era il paese del lino,lunghi e fragili steli che ondeggiavano ad ogni brezza e si coloravano di tenero azzurro prima di dare semi abbondanti per la prossima stagione e preziose fibre che mani sapienti avrebbero trasformato in filati e tessuti di pregio. Altre mani vi avrebbero ricamato sopra trame di sogni e di colori aspettando l'amore ed una nuova famiglia.







Era il paese dei fichi. Il caldo sole mediterraneo li faceva maturare e non costava fatica farli essiccare su cannicci intrecciati con le ginestre.
Sarebbero serviti,e come,nei lunghi giorni di inverno, quando erano spesso companatico,frutta e trasformati in dolci,diventavano il lusso delle feste natalizie.

Era il paese del sole,sole che nelle interminabili giornate estive disidratava la terra gli alberi gli uomini,gli animali,mentre solo le cicale riuscivano ancora a resistere e cantare in un supremo tentativo di sopravvivenza.
Era il paese:la gente ci nasceva,viveva e spesso moriva senza mai spostarsi troppo.
Si accontentavano di poco,quando il niente era la normalità e il di più un lusso per qualcuno.

I giorni succedevano ai giorni e le stagioni segnavano il calendario dei lavori,delle nascite
del raccolto.
Nella bella stagione si poteva sentire qualche chitarra accordarsi ad un organetto per estemporanee serenate,complice la luna .
E la frescura della sera invitava a lasciarsi andare,si parlava,si raccontava.
D'inverno il fuoco e qualche bicchiere di vino creavano strane complicità fra le generazioni. I bambini pendevano dai “fatti”raccontati dai nonni, parte integrante della famiglia.

I “fatti”erano un sostituto delle favole,racconti non scritti di cose capitate a qualcun' altro in luoghi e tempi non definiti.
Erano sempre gli stessi e solo la bravura di chi raccontava riusciva a creare ogni volta nuovo interesse.
E si cresceva,in fretta,si frequentava la scuola,certo,ma la vita completava l'insegnamento pratico.
Non so e non voglio dare valutazioni,se era meglio o peggio. Non c'era scelta, nè modelli di riferimento.

Era la storia,in cammino.
Di questa storia,storia minima,forse insignificante,con la "esse "minuscola,io ne sono stata parte.

mercoledì 11 maggio 2011

ALTRA TESTIMONIANZA SUL LAVORO DELLE GELSOMINAIE

Completo il post sul lavoro delle gelsominaie,riportando una pagina del libro di
Ninì Martelli,"L'avventura di un uomo",prelevata dal blog di Nina-(www.paroleintrecciate.blogspot.com)con la sua autorizzazione,ovviamente.

Così racconta l'autore:
In quel periodo (primi anni '30, n.d.b.) fu dato inizio alla coltivazione del gelsomino per fare i profumi. Incaricato di tale impresa era il S. Cundari, nostro vicino di casa il quale, sapendo che mia madre aveva lavorato in tale coltura in Francia, dove eravamo stati emigrati per un paio di anni, le propose di fargli da assistente ed insegnare alle operaie i metodi di piantagione e potatura.

Iniziò così l’avventura dei gelsomini che poi si estese in parecchi comuni della provincia di Reggio, dando lavoro a migliaia di donne raccoglitrici.
Come il gelsomino cominciò a vendersi, venne impiantata la prima distilleria sperimentale, costruita in Francia.
Il gelsomino esiste dove c’è miseria e la manodopera costa pochissimo. Ricordo quelle povere donne scalze e malvestite che si portavano dietro i figlioletti. I più grandicelli raccoglievano come potevano i fiori per aiutare le madri, e i più piccini venivano avvolti in qualche vecchia coperta e coricati tra i filari.
Lavoro massacrante che aveva inizio al mattino alle quattro per finire verso le dieci. Molte ore poi bisognava attendere per la pesa, che veniva calcolata un po’ più bassa per via dell’umidità.
Come se non bastasse la fatica, il disagio veniva dalle malattie provocate da alcuni tipi di concime, in cui si annidavano parassiti che, attraverso i piedi scalzi, contaminavano le raccoglitrici. Nelle persone infettate si formava nello stomaco un ammasso di parassiti filamentosi e le vittime diventavano sempre più deboli ed esangui. Più di qualcuna morì.
In seguito fu trovato un rimedio e facevano ingoiare alle persone infettate delle capsule (contenenti etere?) che si aprivano nello stomaco e il farmaco uccideva i parassiti.

Il buono che mi ricordo è che dopo la raccolta dei fiori le donne rientrando a casa lasciavano una scia di profumo che nessun prodotto confezionato può pareggiare.